Pensando alla FASE-2

Mi chiedo se continuare a stare a casa sarebbe salutare


Partiamo dai dati statistici che ci vengono forniti, i dati statistici hanno un valore assoluto, ma sono numeri, dietro quei numeri ci sono morti, ammalati, guariti, contagiati, non contagiati, sono persone, ognuno con proprie storie e condizioni, a Cuneo come in tutta Italia. Poi c’è un popolo che è in quarantena e che ha risposto al: #iorestoacasa con tutto ciò che ha significato, ognuno per sé, ognuno in differenti condizioni, ognuno con le proprie storie.

Vogliamo parlare a questo punto, considerati i tempi, considerate le statistiche, considerato il piano di responsabilità individuale e collettiva che abbiamo, che la salute si gioca su diversi piani.

C’è stato il piano dell’emergenza, e ne ho scritto in diverse occasioni, ma ora continuare a tenere le persone in casa non fa prorpio bene alla salute.

La salute, continua a dire l’OMS, è il raggiungimento di un equilibrio fisico, psichico e sociale. Nessuno chiede che dal 4 maggio si aprano le porte e tutto sarà come prima, avremo ancora molto bisogno di attenzioni onde evitare il contagio, avremo ancora bisogno per molto tempo di adottare misure preventive legate al Covid19, ma è assolutamente necessario, in considerazione anche dei dati statistici che si possa riprendere a vivere fuori dalle nostre case e ritornare nei nostri luoghi di lavoro.

E’ il momento di occuparsi dell’altra parte di salute, quella che rinforza il sistema immunitario e anche psichico non per le medicine ma per la vita sana, all’aria aperta, al camminare, allo spostarsi ...

Oltre ai dati statistici di cui siamo stati ampiamente aggiornati, teniamo in considerazione che inizialmente sono stati fatti errori determinati “dal non sapere”, dalla velocità con cui il virus ci ha acchiappati portandoci al collasso delle strutture pubbliche, dal come comportarsi all’arrivo della febbre e/o dello stato influenzale.

Inizialmente non si prendevano subito in carico queste persone, non immaginando come questo virus si sarebbe comportato. Poi quando la malattia prendeva il sopravvento, e purtroppo per moltissimi, era tardi.

Ora si sa che è necessario agire all’insorgere dello stato influenzale. Questo da un punto di vista della gestione della malattia fa davvero molto la differenza.

Allora dovevamo assolutamente stare a casa, soprattutto perchè la velocità del virus ha fatto collassare gli ospedali, ha avuto davvero molto senso: stare a casa.

"Ma ora non possiamo continuare la quarantena, dovremo imparare a seguire altre misure preventive che bypassino il confine casalingo."

Stiamo aspettando che ci venga detto questo, siamo in molti a non credere alla “favola del vaccino”, e non perché personalmente non creda in assoluto alle vaccinazioni, ma perché se ci limitiamo a pensare che tutta questa storia, tutto ciò che ha significato per ognuno di noi, si risolverà perché avremo trovato un vaccino significa proprio CHE DI SALUTE non si parlerà ancora.

Da questa storia ho imparato ancora di più, dopo venti lunghi anni spesi a parlare di salute, che desidero una spesa pubblica la cui prima voce sia:

SALUTE e BENESSERE delle PERSONE E DELL’AMBIENTE.

Non credo sia più utile, per prevenire altri momenti di questo tipo nel futuro, che la prima voce sia Sanità, perché soltanto sanità significa farmaci, chirurgia, diagnostica: tutto meraviglioso e per certi versi di grande ed encomiabile eccellenza, ma non punta verso una società sana.

La sanità risponde bene alle malattie, ha fatto progressi eccellenti, ma ciò che ritengo sia assolutamente necessario oggi, e ormai fortunatamente lo pensano in molti, è avere una società che si ammali meno, quindi che abbia meno bisogno di ospedali e farmaci, ma più bisogno di un apparato infermieristico-medico che torni a parlare di prevenzione, di prevenzione primaria, e non solo, di una vera e propria cultura del benessere.

In questi 40 giorni ho “fermato” tutto ciò che aveva il sapore del complotto, di coloro che anziché informarti volevano condurre a trovare “nemici”, è salutare anche smettere di pensare ai nemici, smettere di far manipolare le informazioni per essere portati laddove c’è soltanto rabbia, ingiustizia e mancanza di speranza.

Scrivo quanto sopra perché da più parti si ventila la possibilità che il blocco alle uscite venga ulteriormente prolungato perché i dati di circolazione del virus non sono ancora rassicuranti.

L’approccio puramente statistico-medicale ha la sua ragione d’essere, ovviamente:

essendo troppo elevato il rischio di una ripresa dell’epidemia a grandi numeri,

per salvaguardare la salute e la stessa ripresa economica bisogna imporre le stesse misure di arginamento che già si sono rivelate efficaci.

Crediamo però che la comunità umana debba essere tutelata anche in altro modo, perché temiamo l’esplodere dell’intolleranza.

I primi giorni della quarantena, quando l’Italia sembrava la sola nazione occidentale bisognosa d’isolamento, il resto d’Europa guardava con ammirazione le feste a distanza, da una finestra all’altra, gli applausi dai balconi, lo scoppio di un’inaspettata solidarietà: “Ma guarda questi italiani, chi avrebbe mai detto che fossero così disciplinati…”. C’era quasi una volontà collettiva di gioire nonostante le difficoltà, e le misure contenitive superavano il disagio di chi già sapeva che la propria attività produttiva avrebbe subito forse delle mazzate insostenibili.

Ora il perdurare dei vincoli domestici sta portando molti all’esasperazione, soprattutto quando si considerano troppo limitanti certi aspetti delle regole come la distanza di duecento metri da casa e le contravvenzioni che sarebbero state inflitte a chi si è allontanato per presunti 250 metri: “E come la calcolo, la distanza?!” ci è stato detto non senza scoraggiamento e indignazione.


Temiamo, per esempio, improvvisi flashmob tra soggetti che facciano massa critica e, ignari delle regole di distanziamento, confluiscano esasperati in alcuni punti di qualunque città, “contagiando” con video altri gruppi analoghi, non più arginabili…

La salute degli organismi deve ottenere un “salvacondotto” più elastico. Non è in gioco soltanto l’equilibrio psico-emozionale, che il prolungamento della segregazione minerebbe seriamente: lo stesso fisico abbisogna di maggiore libertà di movimento, perché la vita all’aperto migliora il metabolismo, l’esposizione al sole primaverile permette la produzione intrinseca di vitamina D che migliora l’umore, tonifica le ossa, protegge dalle infezioni.

Occorrerebbe:

- tracciare con più efficacia i soggetti realmente positivi al contagio in modo da stroncare le possibilità di ulteriore trasmissione

-implementare la terapia che via via si sta mostrando almeno parzialmente efficace

-estendere, se ancora non accade, i protocolli a chi sta in quarantena domiciliare o nelle strutture alberghiere dedicate

-incrementare le comunicazioni educative, non solo strettamente sanitarie, affinché chiunque diventi consapevole che abusare dell’equilibrio ambientale, com’è accaduto negli ultimi decenni, porta morte perché i virus di provenienza animale, confinati in foreste non più inaccessibili, fanno il salto verso l’uomo, perché gli allevamenti animali intensivi sono focolai permanenti di alto rischio, perché l’inquinamento aereo veicola i virus e compromette l’integrità delle vie respiratorie.

Tutto questo consentirebbe una riapertura più ampia, pur nella salvaguardia della salute collettiva.


Eliana Brizio, infermiera, cofondatrice del Centro Noosoma


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