Una giornata in regalo

Oggi non "devo"



Oggi, come da un po' di giorni a questa parte, sono uscita sul balcone appena sveglia e mi sono appollaiata sulla piccola scala a chiocciola che porta al terrazzino sul tetto. Di solito bevo il mio primo caffè all’aperto guardando fuori: uno scorcio del palazzo di fronte, del quale, essendo in alto, vedo soltanto gli ultimi tre piani e a sinistra le montagne.

Così sollevata sui tetti inizio la giornata, con il sole e l’aria che a quest’ora è ancora fresca, ma promette bene per pranzo.

I dodici balconi che vedo di fronte, quattro per ogni piano, contornati ognuno da una ringhiera azzurra, sono sempre vuoti, in controtendenza al periodo. Una sedia semiabbandonata su uno, un tavolino su un altro, nulla su un altro ancora. Sembra quasi che gli appartamenti a cui appartengono, siano addormentati, o peggio privi di vita, disabitati. Vuoti. Nessuna uscita all’esterno, neanche un attimo di sole primaverile. Nulla.

Questa mattina invece, ancora assonata, con la tazza di caffè in mano, ho notato un muoversi di fronde verdi. Su uno dei balconi una donna magra, capelli grigi, occhiali e mani guantate, trasferiva dall’interno dell’abitazione una quantità di piante: alcuni vasi di gerani, un ficus, una piccola azalea, una pianta di limone, due ortensie e qualche altra verde composizione più piccola e meno riconoscibile.


Un allegro “trafficare” di vasi e vasetti e terra e innaffiatoio, simile al lavoro delle formiche, continuo, costante e determinato.

La finestra di fianco al balcone, mai notata prima, era abbellita da grappoli di orchidee fiorite che spiccavano colorate dietro il vetro. “E’ ora di arredare la primavera”, credo abbia pensato. Ed il risultato è stato uno scorcio di verde intenso, qualche fiore, un piccolo bosco racchiuso in pochi metri e lei, visibilmente soddisfatta, ospite dell’allestimento rigoglioso che ha occupato l’intero spazio disponibile. Ultimo atto, inatteso, di quell’attività: la signora rientra in casa per uscirne dinuovo con una sedia, una vecchia sedia di legno dalla seduta impagliata e la struttura dipinta di verde, che infila nell’ultimo angolo rimasto libero. E si siede a leggere il giornale. Un quadro.


Penso che è questo che metaforicamente vorrei vedere in questi giorni in cui per molti la vita ha assunto nuove e differenti forme e in cui la casa diventa il luogo naturale dove trascorrere il tempo: balconi curati e fioriti, piccoli spazi adibiti alla lettura, angoli dedicati ai giochi dei bambini, un po' di magia insomma, da godere e da regalare alla vista dei vicini.


Credo servano cura e amore per rendere migliore questo tempo e noi stessi preparandoci al tempo che sarà. Quella cura e quell’amore che possiamo riscoprire nella lentezza di questo esilio. Un seme che cresce, una pianta che fiorisce, un libro che racconta storie, un giornale, la brezza primaverile che cancella un inverno ormai terminato, la musica. Qualche vecchio pensiero su cui riflettere, una lettera mai scritta o una da rileggere, una fetta di torta donata alla vicina di casa, magari in un sacchetto appeso alla maniglia della porta e magari con un biglietto affettuoso. Penso che troppo spesso siamo intrappolati nel “dover fare”, svenduti al dovere e dimentichi di ciò che “vogliamo”. Dicono che un’abitudine si acquisisca in 21 giorni: forse noi, che rimaniamo a casa, abbiamo il tempo esatto per provare e magari abituarci a vivere in un modo più ricco, scoprendo di noi stessi attitudini sconosciute, provando ad essere più curiosi, sperimentando, cercando, inventando.

Così mi viene in mente di regalarmi un’intera giornata per fare qualcosa che mi va, provando ad uscire dalla trappola del dovere. Oggi mi regalo una giornata!


Paola, Vinovo, Torino


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