Il modo giusto

Quando vidi Tatlin


C’è parecchia paura… si sente, si vedono gli occhi delle persone che incontri, gente che ti saluta e quasi non li riconosci dietro a quelle mascherine che chiudono tutto... ci dicono di star bene e di chiuderci in casa.

Certo che cambia tutto, per telefono poi non è la stessa cosa e poi, già prima, non mi erano così familiari le telefonate, quelle lunghe; a me andava bene... “ciao, come stai... senti, se ti va bene ci vediamo...” a questo ero abituato. Gli occhi sono guardare l’altro negli occhi e… adesso diventerà complicato… Tatlin s’era proprio lasciato andare in quella scultura, una serie di corde sottili ancoravano due pareti di una stanza...

"...ma altro non erano che supporti che sorreggevano la scultura vera, leggera, che rompendo la tensione diventava il vero soggetto dell’opera."

Aveva poco più di vent’anni Tatlin...

La scoprii a Torino. Arte russa e sovietica... quella prepotenza creativa era una coccola, dolce e nello stesso tempo così reale. Subito pensai di comprare il catalogo della mostra per portarmela a casa, ma non lo feci.


Mi portai invece dietro l’immagine della scultura, pensai che mi sarebbe stato più utile il ricordo di ciò che avevo sentito, che mi avrebbe aiutato di più: la storia vera era portarmela dietro per riuscire a ricordare non solo la scultura in sé stessa ma anche l’emozione che avevo vissuto... sarebbe stato un lasciarla andare poco per volta e sentire nello stesso tempo che più era lontana e più diventava mia...

Le avrei permesso un modo giusto per accompagnarmi... e lei lo fece… per anni...


Pier Giuseppe Imberti, artista. Biografia | Opera: matita su carta


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