Mi sono abituato

Mi sono svegliato e non ci ho pensato più




E’ successo. All’inizio contavo i giorni, facevo il countdown, questa situazione mi sembrava impossibile, una sorta di incubo come quelli provocati dai film di fantascienza. Uno scenario paradossale e asfissiante, una sensazione di smarrimento. Pur convinto da subito che rispettare le norme fosse l’unica cosa doverosa per chi come me non fa parte degli uomini in trincea, lo facevo con convinzione e allo stesso tempo con fatica, con un senso di disagio, a tratti di sfiducia. Altalenante e malfermo, mi sforzavo di “godermi” le giornate: un giorno facevo e facevo e il giorno dopo non riuscivo a fare nulla, se non trascinarmi stanco tra il lavoro e qualche distrazione, tergiversando, implodendo. Scegliendo tutto e non seguendo nulla.

Poi un giorno mi sono svegliato e non ci ho pensato più.

Ossia ci penso, ovvio che ci penso, ma non più del necessario. Ci penso quando vedo il telegiornale e cerco di capire come sta andando, ci penso quando chiamo qualche amico e ci troviamo a raccontarci aneddoti ascoltati altrove, ci informiamo sugli “amici al fronte” o tentiamo, con scarsa convinzione, di fare previsioni.


“...Poi metto giù il telefono e non ci penso più.

E vivo. Vivo come se quella di oggi fosse sempre stata la normalità. Anzi è la normalità. Mi alzo, faccio colazione, faccio la spesa cercando di essere lungimirante, lavoro e sento fame e incomincio a pensare a cosa cucinerò e così il pomeriggio che, una volta terminato il lavoro, trascorre con disinvoltura, senza fatica, senza forzature, senza la sensazione di sentirsi prigionieri o sconfitti. Sul balcone ho montato la bicicletta sui rulli e pedalo da fermo, cosa che mi è sempre sembrata tanto stupida. Invece adesso lo faccio senza battere ciglio. Pedalo mentre ascolto la musica e non mi domando il perché.


Non ci penso più. Quando mi preparo per uscire faccio come sempre, controllo di aver preso le chiavi di casa, indosso la mascherina… si, la indosso così, senza pensarci, come prima nelle giornate luminose l’ultimo gesto sulla porta era prendere gli occhiali da sole. Senza pensarci. Sole – occhiali da sole. Covid19 – mascherina. Punto. Ho sciolto ogni resistenza, forse anche quelle più profonde.


Per strada scanso d’istinto chi incontro, mi allontano, cambio marciapiede o prendo una strada laterale e se vedo troppe persone in giro mi sento a disagio e cerco vie più tranquille, se sono deserte meglio.

E poi rientro a casa e resto a casa come se fosse la cosa più normale del mondo. Non mi viene neanche per un attimo da pensare di fare altro. E’ così e basta. Mi sono abituato.

Se rifletto non capisco se questo mio modo di prendere questa “cosa” sia positivo o no. Forse lo è. E non parlo del rispetto delle regole, nel quale credo fermamente, parlo invece del mio non porre più attenzione alla mia nuova vita. Non ravviso in tutto questo un piegarsi, un cedere pusillanime o una mente troppo labile. Anzi. Semplice adattamento. Sarei stato un ottimo soggetto per Darwin, sarebbe stato fiero.

E quando finirà? Forse i primi giorni farò fatica a riprendere le abitudini di prima, si, un po' farò fatica. Non mi lancerò in una piazza affollata, non avrò fretta di cenare in un ristorante, non andrò subito dal barbiere, anche perché ho scoperto che con il rasoio faccio miracoli.


Solo mi lancerò a riabbracciare voi, i miei amici. Forte. Ma forte. Ma così forte che mi guarderete di storto e mi chiederete: “Mauri, mah sei scemo?” O forse no. O forse rimarremo in silenzio, ci abbracceremo tra il rumore delle pacche sulla schiena, utili a smorzare l’imbarazzo tipico dei maschi che si abbracciano, e la gioia di poter essere ancora insieme.


Maurizio, geometra, Torino



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