Musica Intensiva

La vita non è solo la mia e i confini sfumano



Io me lo ricordo il suono della terapia intensiva. Un motivo, una disposizione ciclica di ritmi che ancora oggi si impadronisce dell’udito e della mente. Una combinazione di sibili, percussioni, intermittenze percepite attraverso una sensazione ovattata, un’atmosfera visionaria fatta di luce bianca, numeri fluorescenti, linee verdi, blu e pulsanti rossi. Oscillazioni, intensità diverse, onde musicali elettriche, suoni sintetici in ciclo continuo percepiti da lontano.

L’effetto sonoro unito all’apporto graduale dei farmaci era curioso. Un fenomeno indotto, un piacere acustico inconsapevole degno delle prime sperimentazioni di musica elettronica, però non stavo ascoltando Gershon Kingsley. (Ascolta...)

Niente era piacevole in quel tempo di attesa.


"Distesa e inerte prestavo ascolto alla traccia sonora della momentanea interruzione della mia vita. Quei suoni erano l’opera sinistra di un compositore fantasma che rivendicava sospensione, vuoto e incertezza."

Era il duemiladieci, faceva caldo. Sono stata operata a #Piacenza, terra di mezzo tra Lombardia ed Emilia-Romagna, città che univa sopra il mio corpo anestetizzato e ignaro medici da ogni dove. Dieci anni fa era un colesteatoma infame a paralizzare il mio volto, adesso, Anno Domini duemilaventi, è un #virus scellerato ad inibire ogni espressione alle mie emozioni.

Il compositore fantasma è tornato, mi canta all’orecchio, il sinistro, il solo che mi è rimasto dopo l’intervento. Modula la voce, gorgheggia, suona quella musica insopportabile che mi inchioda ancora una volta al muro della difficoltà.

I trentatré anni di cui godevo allora e i lunghi capelli rosso tiziano erano l’antidoto giusto per combattere l’insicurezza e affrontare il dopo che aveva una geografia limitata a me stessa. Ora, quell’adrenalina sfrontata si è trasformata in una miscela satura di consapevolezza e attenzione poco rassicurante, la vita non è solo la mia e i confini sfumano come acquerelli troppo diluiti.

Eccola, di nuovo, la sento quella musica intensiva, adesso che in terapia ci siamo tutti: immobili, senza aria, isolati, un balcone come respiratore e l’inno nazionale più efficace di un defibrillatore.

Ho rivisto Piacenza, in questi giorni più vuota della sera in cui la vidi la prima volta alla ricerca di un ristorante dove cenare. L’indomani avrei conosciuto chi, per scienza ed esperienza, avrebbe fatto un giro dentro la mia testa.


Oggi come allora Piazza Cavalli mi travolge, la vedo al telegiornale sgombrata da tutto e piena di un’eco che incoraggia lo sgomento e la furia dei Cavalli del Mochi, nobili destrieri in fuga dentro il più inatteso trionfo della morte.

Dove scappano. E dove stiamo andando noi seppure costretti ad una immobilità senza anestetico.

C’è un gabbiano che passeggia sul tetto spiovente della chiesa di Santa Maria del Gesù, va avanti e indietro senza sosta. Lo osservo, vorrei cacciarlo, è fastidioso e distrae l’apnea in cui concentro la mia ansia. Mi affaccio al balcone e lui, beffardo, la musica non la sente mentre io, istintivamente, copro le orecchie. Urlo dal terzo piano di un palazzo in una Trapani deserta ma il gabbiano è ancora lì. Che brutta imitazione, penserà. Sento ancora la musica e se così deve essere preferisco lo scoppiettio di Pop Corn nella versione degli Hot Butter, l’elettronico intensivo che almeno fa ballare.


Laura Lodico, Trapani

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