Oggetti Inanimati - 1° episodio

Il blocco dello scrittore - RACCONTO


Fu in quel mattino luminoso di marzo, in piena quarantena #Covid19, che ebbe i primi dubbi sugli oggetti inanimati. Tutto iniziò mentre si stava preparando la colazione: il beccuccio del bollitore elettrico decise di non rispettare il termostato all’interno e cercò di accecarlo, sbuffandogli tutto il vapore sul viso. Era stata una settimana particolarmente faticosa e inconcludente, nonostante l’opportunità, datagli dalla quarantena, di finire il suo romanzo.

Una settimana passata a fissare lo schermo del suo portatile, che rifiutava di riempirsi di lettere che formassero parole, che a loro volta si unissero per formare frasi accattivanti, o per lo meno decorose. Solo chi abbia avuto l’infausta idea di dedicare il proprio tempo alla scrittura, sa quanto possa essere estenuante non riuscire a portare a termine, in tutta una giornata, una pagina decente.


Per di più, da quando i computer avevano sostituito la carta, era venuto a mancare persino il gesto catartico e liberatorio, dell’appallottolare una pagina dopo l’altra, per gettarle nel cestino.

Ripassare col mouse una frase e premere “delete”, per buttarla in un cestino puramente virtuale, non dava la stessa soddisfazione. Negli intervalli tra una seduta e l’altra cercava di rilassarsi leggendo, per trarre ispirazione dai grandi, passeggiando tra lo studio e la cucina - dove sostava per prepararsi tramezzini molto più fantasiosi di quanto riusciva a mettere per iscritto - e meditando.

Sarà stato il vuoto della pagina elettronica, l’ansia da blocco dello scrittore e il conseguente nervosismo, ma ciò che accomunava tutte le sue azioni era la caduta di oggetti a terra. Per questo, l’ennesima volta in cui quel giorno un oggetto gli sfuggì di mano, per finire sotto un mobile, Alessandro iniziò davvero a preoccuparsi. Che fossero nelle sue mani, oppure posati sul piano di un tavolo o di una scrivania, gli oggetti tendevano presto o tardi a trasferirsi sul pavimento e da qui, rotolando, rimbalzando, oppure in qualunque modo una cosa possa spostarsi da un punto all’altro, sotto un mobile.

Dapprincipio non ci fece caso, attribuendo alla stanchezza, al sonno o alla luna infausta, i gesti maldestri con cui faceva cadere le cose; ma la frequenza con cui avvenivano quegli incidenti gli diede da pensare. Si sapeva che Galileo era stato quasi certamente il primo uomo, a osservare e studiare attentamente in che modo gli oggetti cadono a terra. Pur sbeffeggiato dai pisani, continuò a buttare imperterrito, dall’alto della Torre pendente di Pisa, le sue sfere. Pur essendo di peso differente (ma non abbastanza pesanti da provocare l’inclinazione della Torre stessa), scesero alla stessa velocità e giunsero a terra nello stesso istante.

Alessandro conosceva pure la storiella della mela caduta dall’albero, sotto il quale riposava Newton, e si era sempre chiesto: se la mela stessa fosse stata meno matura oppure se quel giorno lo scienziato avesse deciso di riposare su un canapè, cosa sarebbe stato della legge di gravità?

Ad ogni buon conto la legge esisteva, come esisteva il fatto che la Terra, avendo una massa immensamente più grande rispetto a qualsiasi oggetto possa caderle addosso, lo attira verso il suo centro. Se non fosse così, il nostro sistema solare non sarebbe formato da corpi celesti che ruotano ordinatamente attorno al Sole. Quest’ultimo vagherebbe in solitudine - seguito dai pianeti – verso la direzione in cui il Big Bang ha scagliato lui e i suoi accoliti, all’inizio di tutto.

Probabilmente Newton ci avrebbe pensato lo stesso, prima o poi, ma la mela (e non quello che stava fumando beatamente, penserete voi), fu l’episodio scatenante. Quello che gli fece dire più tardi: “Quando, per la prima volta, la nozione di forza di gravità si formò nella mia mente, fu causata dalla caduta di una mela, mentre sedevo in contemplazione. Mi chiesi perché la mela cadesse sempre perpendicolarmente al terreno, perché non cadesse di lato o verso l'alto, ma sempre verso il centro della terra”.

Il che vi può dare certamente idea della composizione di quanto stesse fumando. Newton riuscì così a spiegare il movimento dei pianeti, ma non riuscì a chiarire chi avesse messo in moto i pianeti; glissò su questo, suggerendo che la forza di gravità fosse dovuta a “un essere superiore”.

Alessandro ancora non lo sapeva, ma anche per lui quel giorno, in cui tutto quello che sfiorava o prendeva in mano cadeva finendo sotto i mobili, sarebbe stato il più importante della sua vita. Altrettanto importante di quello in cui fu scoperta la legge di gravità.

Appurato il fatto che una volta perso il contatto con la superficie che li reggeva, gli oggetti non potessero che dirigersi verso terra, restava da scoprire perché, una volta caduti, non si avviassero nelle infinite e alternative direzioni, che non fossero quelle che lo portavano a nascondersi sotto un mobile. Visto come andavano le cose con la scrittura, Alessandro decise di dedicare quel giorno a risolvere quel mistero. Presa la macchina fotografica da un cassetto, la montò sul treppiede e la pose di fronte alla credenza, il mobile dove erano avvenuto il maggior numero di sparizioni.


Mario Scotto, scrittore, Trapani


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