Scegliere il sogno

La danza sospesa di Philippe Petit


Philippe Petit è un funambolo.

A dispetto del proprio nome, il più grande e geniale dei funamboli.

Quanti non lo conoscessero, possono cercare una sua immagine e restare incantati nel vederlo sospeso nel vuoto su un cavo di acciaio teso tra le Torri Gemelle al World Trade Center di New York.

Era il 1974, Petit aveva 24 anni e la sua impresa, la più celebre, rimase scolpita nella mente e negli occhi di migliaia di persone per moltissimo tempo.

Robert Zemeckis nel 2015 ne fece un film: The Walk.

Quando guardo le immagini di quell’uomo in equilibrio tra cielo e terra senza alcuna protezione, mi sento colta immediatamente da una sensazione di terrore. Mi si sciolgono le gambe e devo sedermi alpensiero che, sul quel cavo, ha camminato avanti e indietro per ben 8 volte aiutato soltanto dall’asta d’equilibrio.


“Una sola immagine, un pensiero immediato in cui il primo rimando è il vuoto, la prima emozione la paura.”

Allora mi siedo sul pavimento, per sentire forte l’appoggio della terra sotto di me e apro uno dei suoi libri, Toccare le nuvole, in cui il racconto di quell’impresa leggendaria è un viaggio tra la meticolosa preparazione, i problemi incontrati, la scelta scrupolosa degli amici/complici: da qui comprendo che per compiere quell’atto finale di poesia tra le nuvole, nulla è stato lasciato al caso. Un libro carico di entusiasmo e di sudore.

Ed è allora, nel leggere le sue parole, che al posto del vuoto, riesco a vedere più chiaramente il sogno.

Chiudo il libro e sfoglio le immagini: cerco di non guardare in basso, ma di guardare lui. Minuscolo essere umano, sospeso sul mondo. Immagino i suoi occhi, dove risiede il segreto della forza che supera ogni possibile ragione, volta solo a permettergli di raggiungere l’altro capo del cavo. Cosa avrà pensato una volta al centro di quella camminata, in bilico sull'aria?

Racconta di non aver avuto pensieri in quell’attimo. Solo fiducia, solo passione, solo consapevolezza. Era pronto, l’estremità del cavo era il punto esatto in cui avrebbe messo il piede, al momento giusto, un passo dopo l’altro, senza fretta.

In quel pensiero, su quell'immagine, la mia paura si dissolve, si solleva come pulviscolo e lascia il posto all’energia, alla forza e alla voglia di rinsaldare la mia interiorità, disponibile al sacrifico che comporta: dobbiamo arrivare all’estremità opposta del nostro cavo teso, dobbiamo usare ogni nostra risorsa per restare fermi e coscienti.

Dobbiamo sostituire la paura del vuoto con il senso di infinito.


"...quello che faccio non ha nulla a che vedere con il corpo. Passione, intuizione, ricerca della perfezione, tenacia, amore per qualcosa: tutto questo è frutto della mente. Per camminare su una corda tesa si ha certamente bisogno del corpo, ma prima di tutto è necessario generare una sorprendente energia di solidità e di fede: bisogna credere. Quando sono sulla fune, quando, dopo aver afferrato la mia asta da equilibrista, sono pronto a partire, devo sapere in anticipo, prima di fare il primo passo, che arriverò dall'altra parte. Se non lo sapessi, fuggirei via perchè sarebbe terrificante. Questa è fede. Forse è una fede religiosa: di certo ha a che fare con la mente. La mia filosofia è di avere un'idea, un progetto, impegnare la mia mente in qualcosa e poi coinvolgere il corpo, tirandolo per una manica. Il corpo seguirà la mente. Certo, per fare le sue famose dodici piroette Baryshnikov ha bisogno di dodici anni di lavoro, ma è solo un dettaglio. La cosa importante è la mente." Philippe Petit


Era il 1974. Ora che le torri non ci sono più, e che  in questo momento siamo tutti chiamati ad avere la fede del funambolo, la traversata di quest'uomo indomito, geniale e poetico diventa per me un simbolo. Il filo e la danza di Philippe Petit riempiono il vuoto con un messaggio di speranza.


Antonia, architetto, Perugia


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