Sidi Kaouki - Quarantine 2° episodio

Welcome to my world



Siamo nel mezzo di una tragedia. Centinaia di persone soffrono e muoiono attaccate ai respiratori, mentre i medici si consumano fra turni infiniti e decisioni traumatiche. Il dramma e l’orrore si stringe intorno a noi e arriva a toccare persone a noi vicine. Non c’è niente da ridere, c’è da stare attenti, lottare uniti e avere rispetto per chi soffre.

Tutto questo è ben chiaro.

Poi c’è l’altra faccia del coronavirus ed è costituita da quello che la popolazione mondiale non ancora contagiata deve fare per fermare l’epidemia. Come abbiamo visto, si tratta di tenere comportamenti quotidiani volti ad evitare il più possibile contatti ravvicinati fra individui. Il contenimento del contagio è rimesso alla condotta dei singoli, cosicché ognuno di noi offre il massimo contributo per la vittoria osservando scrupolosamente uno stile di vita regolato da norme elementari.

Nell’accingermi ad analizzare la natura di queste norme, desidero operare un cambio di prospettiva, stringendo il campo dal planetario al personale, perché quello di cui oggi vorrei parlare è di come sto vivendo personalmente questa condizione.

Dunque, vediamo:


1) Chi può, deve lavorare il meno possibile o per niente. So bene che siete in tanti a lavorare anche più di prima e che per alcuni il lavoro è necessario, pericoloso e calato in condizioni drammatiche, ma almeno per quanto attiene alla mia categoria professionale, la chiusura dell’attività è, non solo determinata dal mercato, ma imposta dall’Autorità; sine die. Quindi l’albergo è chiuso e ci viviamo noi senza lavorare. Niente clienti, niente entrate economiche, ma anche una grande riduzione delle spese vive di gestione, comprese quelle relative al personale, all’affitto e alle imposte, grazie a programmi di sostegno comparabili con quelli che stanno adottando in Italia. Inoltre sperimentiamo un forte risparmio nelle spese personali, dato che, come in Italia, gli acquisti non strettamente necessari sono vietati, o più complessi o, per il momento, semplicemente non fruibili, quindi rimandabili. Allora diciamo che, per qualche mese, si può immaginare di vivere una vita semplice, ma dignitosa, senza lavorare, anzi no, obbligati a non lavorare. Eh… detta così, detta così, amici miei, è la cosa più vicina alla realizzazione dei miei sogni che mi sia mai capitata.”Bravo – mi direte – e poi? Quanto si può andare avanti prima che le famiglie e l’intero sistema economico salti per aria?” Per natura, o meglio per dabbenaggine, faccio fatica a visualizzare e preoccuparmi di un futuro più lontano di qualche mese, ma, in ogni caso, la condizione che stiamo vivendo non mi pare imponga l’urgenza di predisporre piani per un futuro quantomai incerto e imprevedibile. Quindi, in attesa dell’apocalisse, assaporo la sensazione di ottenere ciò che ho tanto desiderato.


E poi, dai, alla peggio, il collasso dell’attuale sistema politico/economico? La più grande occasione offerta all’umanità di ripartire da zero e di rifondare la Terra? C’è di peggio.

2) I rapporti interpersonali devono essere limitati, meglio azzerati. E qui, niente, mi è andata proprio di culo. Nel senso che, mentre per quanto riguarda il lavoro, sono convinto che un periodo di pausa faccia bene a tutti (e ci torneremo subito), la sociopatia affligge me e pochi altri mortali, che possono oggi godere senza rimpianti, riprovazione e sensi di colpa di una insperata e imprevedibile tregua alla loro pena. Una sorta di permesso premio: “abbiamo capito i vostri sforzi, la vostra sofferenza e vogliamo ringraziarvi, noi normali, offrendovi un periodo di interruzione dai frenetici contatti umani che per anni avete patito giorno dopo giorno, contatti così graditi a noi psichicamente sani, ma, lo capiamo soltanto ora, fatiche estreme per voi sociopatici. Ora riposate. Anzi, per rispetto ci fermiamo tutti, così non vi perdete nulla. Riposate, pazzarielli, ve lo siete meritato“.


Ma, a parte gli scherzi, chi mi conosce immagina bene che non viva la limitazione dei contatti umani come un sacrificio. Anche perché si tratta di limitare soltanto i contatti ravvicinati e le forme di comunicazione “pulite” cui l’era digitale ci ha abituato sembrano oggi fatte apposta per mantenere ben salde le connessioni e per offrirci una straordinaria varietà di strumenti per restare in contatto. E qui viene il bello, perché il punto 1) ha lasciato preziosi doni all’uomo disoccupato: tempo e energie solitamente dedicati alle faccende maledettamente serie e complicate che il lavoro richiede di risolvere. E dunque molti di noi hanno queste scorte enormi di energie stoccate nel reparto “ROBA SERIA” che ora non sanno come impiegare.


Ma inizia a circolare per l’internet un vento, una tempesta di creatività, di gratuita voglia di condividere idee e riflessioni, di articoli scritti bene, di chiacchierate che non sono chiacchiericcio, di risate che non sono ghignate, di intelligenza e di poesia...

...una ricchezza che prima si intravedeva soltanto perché tutto il nostro talento era riversato in massa, senza pietà nel pentolone sconfortante della misera noia del lavoro e del denaro e oggi invece illumina a giorno campi di gioco dell’intelletto umano sempre messi ai margini e finalmente al centro della scena. Quindi non solo la tregua del sociopatico, ma anche il paradiso del pensiero gratuito, condiviso, alto, profondo, umano.

Il mio mondo ideale.


3) Bisogna restare a casa. Anche qui. Direte, mi è andata bene: Sidi Kaouki, un albergo intero, il giardino e, con qualche precauzione, la spiaggia e tutto il resto. E’ vero. Però, quante volte mi avete sentito dire che per me #Milano significa fondamentalmente casa mia e basta. Al di là dell’iperbole, io fra le quattro mura ci sono sempre stato gran bene e, ora che non ci sono clienti (punto 1) anche qui in albergo finalmente mi sento a casa mia ed è una meraviglia. Aggiungiamo che cinema e editoria si prodigano nell’offrire intrattenimento domestico a prezzi modici o addirittura gratuitamente e che per quanto detto al punto 2) non mancano stimoli da amici e artisti e occasioni per studio, approfondimento e, perché no, produzione propria. In più sembra proprio che, a casa gli umani, l’ambiente si stia rigenerando ad una velocità che mette ancora più voglia di impegnarci tutti, sconfiggere il virus e poi tornare a percorrere la nostra #Terra con uno sguardo nuovo, sani, guariti, come profetizza questa splendida poesia letta oggi da Vasco Brondi nei suoi dieci minuti di diretta su Instagram, con la quale vi lascio. (GUARIRE - già pubblicata sull' home page del blog)


Ale, ex avvocato, libero pensatore, Sidi Kaouki, Marocco


#coronavirus #covid19 #vocidallestero #iorestoacasa #iltemposospeso


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